domenica 15 gennaio 2017

I no impossibili dei genitori ai loro ragazzi...

L'ultimo ammazzamento di genitori, in Veneto, ha lasciato sgomenta la società italiana. Com'è possibile tanta indifferenza da parte di un figlio sedicenne, che si vuole vendicare perché il padre lo ha sgridato dei pessimi risultati scolastici? Di mezzo c'è la droga anche, e i soldi facili, e la drammatica percezione della vita e della morte come videogioco.
Sono temi che ogni genitore si sarà posto una volta in più in questi giorni.  Su suggerimento di Nicoletta Ravarino, affido alla vostra lettura queste sacrosante riflessioni dell'ottimo giornalista Antonio Polito. 

Dal blog  al femminile di "La ventisettesima ora" sul sito del Corriere della Sera, scritto da Antonio Polito. 
Forse dovremmo rassegnarci al fatto che non abbiamo un diritto all’amore dei nostri figli. Da quando si aggrappano a noi per tirarsi in piedi facendoci sentire onnipotenti, a quando noi ci aggrappiamo a loro per frenarne il delirio di onnipotenza, passa tanto tempo. Ci sembrano sempre nati ieri; ma sedici, diciotto anni sono abbastanza per fare del nostro bambino un individuo dotato di libero arbitrio, di conseguenza diverso da noi. Talvolta estraneo. O addirittura nemico. Riccardo e Manuel, i due complici del parricidio e matricidio di Pontelangorino di Codigoro, sono una storia a sé. Il loro è un comportamento deviante, materia per giudici e psichiatri. Ma anche quei due adolescenti in fin dei conti sono millennials, come chiamiamo con enfasi anglofona i ragazzi di oggi.

E lo sappiamo, ce lo raccontiamo ogni giorno, che tra la generazione Y (ormai quasi Z) e quella dei genitori è aperto oggi un conflitto molto aspro. Ce l’hanno con noi. Sostanzialmente perché stiamo lasciando loro meno benessere di quello che abbiamo trovato. Insieme con il trasferimento del reddito, si è però interrotto il canale di trasmissione di molti altri beni dai padri ai figli. Di valori, per esempio; di conoscenza storica, di credi religiosi, di senso comune, perfino di lingua (si diffonde un italiano sempre più maccheronico). Si è aperto un vuoto di tradizione, insomma; parola la cui etimologia viene per l’appunto dal latino «tradere», trasmettere.

I ragazzi vivono così in un mondo in cui le cose che contano sono diverse da quelle che contano per i genitori. Ma il guaio è che è il loro mondo a essere quello ufficiale e riconosciuto, vezzeggiato e corteggiato, perché sono loro i nuovi consumatori. Al centro di questo mondo c’è una cultura del narcisismo, per usare l’espressione resa celebre da Christopher Lasch. Lo spirito del tempo ripete come un mantra slogan da tv del pomeriggio: «sii te stesso», «realizza tutti i tuoi sogni», «non farti condizionare da niente e nessuno», «puoi avere tutto, se solo lo vuoi». Più di un’educazione sentimentale è un’educazione al sentimentalismo. Al culto del sé, del successo facile, e del corpo come via al successo, sul modello dei calciatori e delle stelline. I genitori, anche i migliori, sono rimasti soli. È finito il tempo in cui «i metodi educativi in famiglia non venivano smentiti o condannati dal contesto», protesta Massimo Ammaniti ne "Il mestiere più difficile del mondo", il libro scritto con Paolo Conti e pubblicato dal Corriere. Oggi invece la smentita è continua.

Nessun rifiuto, nessun limite, nessun «no» che venga detto in famiglia trova una sua legittimazione nel mondo di fuori. Il fallimento educativo che ne consegue è una delle cause, non una conseguenza, della crisi italiana. Ne è una prova il fatto che a parlare del disagio giovanile oggi siano chiamati solo gli psicologi e gli psicanalisti, e non gli educatori: come se il problema fosse nella psiche dell’individuo e non nella cultura della nostra società, come se la risposta andasse cercata in Freud e non in Maria Montessori o in don Bosco. È dunque perfino ovvio che l’epicentro di questo terremoto sia la scuola. E che il conflitto più aspro con i nostri figli avvenga sul loro rendimento scolastico. A parte una minoranza di dotati e di appassionati, per la maggioranza dei nostri figli lo studio è inevitabilmente sacrificio, disciplina, impegno, costanza. Tutte cose che non c’entrano niente con il narcisismo del tempo.

Chiunque abbia figli sa quanto sia dolorosa questa tensione. I ragazzi fanno cose inaudite pur di sottrarsi. L’aneddotica è infinita. C’è la giovane che riesce a ingannare i genitori per anni, fingendo di fare esami che non ha mai fatto ed esibendo libretti universitari contraffatti. C’è il ragazzone che scoppia a piangere come un bambino ogni volta che il padre accenna al tema dello studio. C’è quello che dà in escandescenze. Quello che mette il cartello «keep out» sulla porta della cameretta. Quello che non toglie le cuffie dell’iPod. Padri e madri non sanno che fare: fidarsi dei figli e del loro senso di responsabilità, rischiando di esserne traditi? O trasformarsi in occhiuti sorveglianti, rischiando di esserne odiati? Lo spaesamento è testimoniato dall’espressione che usiamo correntemente nelle nostre conversazioni: «Ciao, che fai?». «Sto facendo fare i compiti a mio figlio». «Far fare», un unicum della lingua italiana, una costruzione verbale che si applica solo alla lotta quotidiana con gli studi dei figli. Bisognerebbe invece fare qualcosa.
Ci vorrebbe una santa alleanza tra genitori, insegnanti, media, intellettuali, idoli rock, stelle dello sport, per riprendere come emergenza nazionale il tema dell’educazione, e sottoporre a una critica di massa la cultura del narcisismo. Ma i miei figli cantano, insieme con Fedez: «E ancora un’altra estate arriverà/ e compreremo un altro esame all’università/ e poi un tuffo nel mare / nazional popolare/ La voglia di cantare non ci passerà».
13 gennaio 2017 (modifica il 13 gennaio 2017 | 23:43)



mercoledì 11 gennaio 2017

Il deposito nucleare di Saluggia, i pericoli, i soldi


Noi che abbiamo avuto in sorte di viverci  a due passi, la storia del Deposito Nucleare di Saluggia la conosciamo. Ma la conosciamo davvero? In verità, quasi tutti sappiamo solo che non ci fa felici, e che l'individuazione di un sito nazionale augurabilmente lontano da qui sta andando terribilmente per le lunghe e probabilmente non si farà mai. 
Ieri La Stampa ha raccontato l'intera storia, tipicamente italiana,  in prima pagina. 
Qui di seguito, per chi avesse voglia e tempo di approfondire una volta per tutte. 
(bisognerebbe davvero farlo)





SALUGGIA
«Là sotto», lo chiamano i piemontesi della zona. Un avvallamento lungo la Dora Baltea, affluente del Po. Qui, a trenta metri dal fiume, dietro recinti, filo spinato, terrapieni e muri anti-alluvione, sta il comprensorio nucleare di Saluggia, piccolo Comune in provincia di Vercelli. Se sull’energia atomica si incontrano posizioni diverse anche fra gli addetti ai lavori, Saluggia ha il merito di mettere d’accordo tutti. 

È infatti unanimemente considerato il sito più inadatto in cui stoccare dei rifiuti radioattivi. Perché i depositi di scorie, al contrario delle centrali nucleari, devono stare lontani dall’acqua. E qui invece stiamo al centro di un triangolo, tracciato dalla Dora Baltea e due canali. Sotto passano le falde acquifere che alimentano l’acquedotto del Monferrato.  
«Anni fa abbiamo avuto il primo caso nel Paese di contaminazione di una falda superficiale», commenta Gian Piero Godio, storico attivista di Legambiente Vercelli, mentre percorriamo il perimetro del sito. E proprio qui, mentre l’Italia si avvita da anni su come, dove e quando fare un deposito nazionale in cui mettere al sicuro tutti i rifiuti radioattivi, sorge il deposito nazionale de facto. Qui - con il contributo minoritario di Trino, sempre nel Vercellese - stanno il 73 per cento dei rifiuti nucleari italiani, se si misura la radioattività; e il 96 per cento, includendo altri materiali radioattivi (fonte inventario Ispra 2014). E ancora qui, nell’impianto Eurex, stanno 260 metri cubi di rifiuti liquidi, ovvero nella loro forma più pericolosa, che attendono di essere solidificati da molti anni.  

Sul sito è in costruzione un complesso, Cemex, che dovrà cementarli. «Nel giugno 2016 è stato fatto il getto della platea di fondazione, ora è in corso la costruzione delle pareti», commenta Marco Sabatini Scalmati, responsabile relazioni media di Sogin, la società pubblica incaricata della disattivazione degli impianti nucleari, che gestisce questo e altri siti. I lavori dovrebbero concludersi, sulla carta, nel giugno 2019. Nel mentre, lì dentro si sta ingrandendo un deposito di cemento, il D2, e se ne sta costruendo un altro, il D3. Per Sogin consentiranno di stoccare in maggior sicurezza i rifiuti in vista del loro trasferimento in un deposito nazionale. Per gli ambientalisti però il timore è che servano a rendere definitivo quello che è temporaneo. «Ha senso farli se tra pochi anni i rifiuti verranno trasferiti? Oppure il loro destino è di essere definitivi?», si chiede Godio.  
Era il 1999 quando per la prima volta in modo ufficiale si iniziò a parlare di un deposito nazionale dove mettere al sicuro le scorie della breve stagione nucleare italiana. Addirittura, una legge del 2003, dopo averlo definito «indifferibile e urgente», lo voleva entro soli cinque anni. Più sagge stime lo avrebbero collocato nel 2020, salvo poi far slittare progressivamente le date - insieme ai costi generali dello smantellamento del nucleare - in un tunnel di cui ad oggi non si vede la fine. Così, nel 2017, la realizzazione di un deposito unico, di cui si parla da almeno 17 anni, resta poco più di un miraggio. E dire che nell’estate 2015 si era intravisto il traguardo, quando doveva essere pubblicata dal governo la Carta nazionale delle aree potenzialmente idonee per ospitarlo.  

Una lista di località, redatta in gran segreto, che non è mai uscita dal cassetto e la cui pubblicazione servirebbe a iniziare le complesse trattative per arrivare infine a definire il posto più adatto. E da lì iniziare a costruire il deposito. La Sogin, i cui vertici sono stata rinnovati lo scorso luglio dopo anni di travagli interni, ci aveva fatto pure una campagna informativa nel 2015, con 4,1 milioni di euro spesi in comunicazione.Ma la pubblicazione della fantomatica carta non c’è stata, così come non è stato ancora realizzato il Programma nazionale italiano per la gestione dei rifiuti nucleari. Ovvero un documento, previsto da una direttiva europea, con cui ogni Stato è tenuto delineare la propria strategia al riguardo. Lo scorso febbraio l’Italia ha presentato solo un rapporto preliminare.  
Guerra di dossier  
«Il Programma nazionale deve essere sottoposto a una Valutazione Ambientale Strategica, che a sua volta si fa sulla base di un rapporto ambientale. L’Italia ha prodotto un documento preliminare di questo rapporto ambientale propedeutico», commenta Roberto Mezzanotte, già direttore del dipartimento nucleare di Ispra, l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale.  

«Dunque siamo due passi indietro rispetto all’obiettivo, che è il Programma nazionale. Per altro quel rapporto preliminare ha molte lacune». Così, ad aprile l’Europa ha iniziato una procedura d’infrazione contro l’Italia per la mancata consegna di tale programma. E a settembre il ministro dello Sviluppo Economico Carlo Calenda, in un’audizione, ha infine fatto sapere che la Carta dovrebbe essere pubblicata a fine 2017, legandola a sua volta al Programma nazionale. Per qualcuno sarebbe già un successo, a questo punto, se il deposito, prima vagheggiato nel 2020, poi slittato verso il 2024-25, fosse pronto intorno al 2030. Ma parallelamente a questo tema, si aggiunge la questione dello smantellamento (decommissioning) degli attuali siti temporanei, che ospitano rifiuti e altri materiali radioattivi. Smantellamento che non avverrà prima del 2035, stando allo stesso rapporto preliminare del governo. «Nel luglio 2016, l’avanzamento del decommissioning era attorno al 25 per cento», commenta Sabatini Scalmati. Nel 2012 era al 12 per cento. Intanto, l’allungamento dei tempi fa aumentare quanto paghiamo, «perché ci sono spese fisse indipendenti dal procedere delle operazioni di decommissioning», spiega Mezzanotte. Mentre tra il 2006 e il 2011 i costi per la messa in sicurezza e lo smantellamento sono aumentati del 42 per cento, attestandosi su una stima di 6,7 miliardi. Poi ci sarebbe la partita dei rifiuti che devono rientrare dall’estero, termine ultimo il 2025. Se, come è ormai probabile, per quella data non ci sarà il deposito, dove andranno?  
«Se il deposito fosse quasi pronto forse si potrebbe ricontrattare con la Francia. Se invece non lo fosse, sarebbe uno dei problemi», commenta Lamberto Matteocci, responsabile controllo delle attività nucleari dell’Ispra. «Bella domanda, non esiste un piano B», aggiunge Mezzanotte. «Ma si potrebbe ipotizzare che ogni sito sia costretto a riprendere i propri rifiuti, o che venga fatto un deposito temporaneo solo per quelli». Esattamente quello che temono gli ambientalisti di Saluggia: non è che quei nuovi grandi depositi in cemento, più che essere solo migliorativi, serviranno anche a questo? Senza contare che ancora manca un’autorità di vigilanza sulla sicurezza. «Non abbiamo un arbitro, un ente indipendente», lamenta Giuseppe Onufrio, direttore esecutivo di Greenpeace.  

Doveva essere l’Isin, l’Ispettorato nazionale per la sicurezza nucleare e la radioprotezione, costituito nel 2014 e non ancora operativo. Il suo ruolo continua ad essere assolto provvisoriamente dall’Ispra. Che però negli ultimi anni è stata depotenziata. «Abbiamo avuto una progressiva riduzione delle risorse. L’Isin prevederebbe circa 60 persone, ora all’Ispra siamo la metà», precisa Matteocci. Nel mentre, la storia del deposito appare sempre di più quella di un cerino passato di mano in mano. Dove perfino i Comuni che ospitano i siti temporanei sembrano aver accettato il dato di fatto. Che si traduce pur sempre in 15 milioni di euro all’anno in compensazioni statali.  

Anzi, nel luglio 2016 quei Comuni hanno perfino vinto una causa in primo grado contro il governo. L’accusa è che lo Stato trattenga il 70 per cento dei soldi destinati ai territori sedi di servitù nucleari. «Le compensazioni sono diventate ormai delle entrate strutturali dei bilanci di quei Comuni, se sparissero domani avrebbero dei problemi», commenta Umberto Lorini, direttore della Gazzetta di Vercelli. Una iniezione di liquidità cui è difficile rinunciare in tempi di ristrettezze anche per gli enti locali. 

domenica 8 gennaio 2017

Un monumentino alla nuova Cartolaia

Un monumentino azzurro ad Alessia Grotto, 22 anni, che ha appena preso in gestione - per passione - la cartoleria sotto i portici di via Mazzini. Alessia viene da Fontanetto e vede il nostro Paesello per quel che è, un posto con opportunità. 
Non così la maggior parte dei miei amati concittadini. Stamattina, sabato del ponte della Befana, passavo in bici in via Mazzini e contemplavo la desolazione dietro i poveri tappeti rossi di Natale. Colori scrostati, facciate fatiscenti. Serrande abbassate, per lo più. Abbassate da tempo oppure per vacanza. Ieri, oggi, domani, dopodomani. Evvai. 
Ma anche qualche vetrina aperta e lavorante, e con gente dentro tra l'altro. Un'altra medaglietta va alla ditta Raviola, e la parrucchiera che ha riaperto il Barin è una macchina da guerra. Altre, poche, poche, ma tutta gente che ci crede e lavora.
Mi è venuto in mente che già nel '95, nel mio primo mandato, si parlava di crisi del commercio fra grandi borbottii. E con la Regione ci inventammo il Centro Commerciale Naturale, e promuovemmo corsi di marketing per preparare le persone. Arrivarono a frequentarli in 7, e poi anche meno.
Crescentino è così, protesta, si lamenta, chiude e sta a casa. Non vuole imparare, sta bene così dunque.
Una signora mi ha fermata per chiedermi dove trovare una pasticceria. Bella domanda no? Le ho detto: Vada a Brusasco.
Sono soddisfazioni, in un paese con il più brutto Centro Storico del mondo (ma i negozi aperti lavorano, eh, anche nel brutto). 


giovedì 5 gennaio 2017

Profughi e rivolta di Cona, che cosa dice il Presidente dell'Anci

Come dice Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera del 4 gennaio, dopo la rivolta dei migranti alloggiati a Cona seguita alla morte di una povera ragazza del gruppo: "Certo che si sono messi dalla parte del torto... hanno scatenato disordini e cinto d'assedio un gruppo di operatori. Punto. Difficile tenere i nervi saldi, però, a vivere così, in tendoni malamente riscaldati, col gelo... ammucchiati l'uno sull'altro come bestie. In 1340 dove dovrebbero stare al massimo in duecento...". La polemica è anche contro le cooperative che li gestiscono, e ci guadagnano. Ma sullo stesso Corriere della Sera del 4 gennaio, parla il presidente Anci Antonio Decaro, sindaco di Bari, che ha un piano. 
 Leggete, se volete, quello che dice.

«Non si verificheranno più rivolte, come è accaduto a Cona, se i Comuni aderiranno all'accordo che l'Anci ha firmato con il Viminale. È inconcepibile che in un paese di tremila abitanti, siano sistemati tutti assieme 1.400 migranti, di etnie diverse, abitudini diverse. Questa non è accoglienza, è evidente che vanno in crisi i servizi, di trasporto, sociali, sanitari». Il sindaco di Bari, Antonio Decaro, che è anche presidente dell'Anci, l'associazione comuni italiani, crede molto nell'accordo Sprar (Sistema protezione per richiedenti asilo e rifugiati), e si dice convinto che pian piano la maggior parte del Comuni dirà di sì.
Sindaco, come funzionerà? 
«Ogni Comune, su base volontaria, se aderisce, non potrà essere obbligato ad accogliere un numero superiore a 2,5 rifugiati per mille abitanti. A Cona ce ne sarebbero stati solo 8, per esempio».
Quanto riceveranno, in contributi, i Comuni che aderiranno? 
«Sono 35 euro al giorno per migrante. Ma il punto è che i prefetti non potranno prendere una caserma, per fare un esempio, e metterci dentro migliaia di persone. I prefetti, e i sindaci, sceglieranno strutture ricettive, appartamenti, piccoli alloggi. Questa è la clausola di salvaguardia dell'accordo».
Ma se è su base volontaria, molti Comuni potranno continuare a rifiutare i migranti, come già accade oggi: su 8.000 Comuni italiani, solo 2.800 li accolgono. 
«Io credo invece che, con adeguate campagne di sensibilizzazione, che stiamo già predisponendo, tutti capiranno di poter fare la propria parte senza creare problemi alla popolazione, riducendo l'impatto sul territorio e realizzando una vera integrazione. Niente più cooperative sociali, come a Cona, staccate dal contesto. Ma ci vorranno almeno due anni». 




Aiutiamoci tutti, contro il terrorismo

Mentre il mondo esplodeva fra i mercatini di Natale a Berlino e la discoteca alla moda di Istanbul nella notte di Capodanno, sono passata con mio marito sotto i portici di via Mazzini. Eravamo diretti verso il passaggio a livello. 
Io non è che racconto tutte le cose di Crescentino a Mimmo, ma dopo che ha visto due ragazzi abbronzati come direbbe Berlusca in Piazza Mazzini, uno fermo dentro la tabaccheria in un angolo, e altri due sotto i portici oltre l'Archigusto, mi ha chiesto: ma chi è che si occupa di questi ragazzi?
Gli ho spiegato un po' la situazione. E lui: "Certo che se qui non c'è un movimento inclusivo, qualcuno o un gruppo o un ente che si prendano non materialmente ma psicologicamente il carico di coinvolgerli e di farli sentire parte della comunità, se si sentiranno soli  e rifiutati, matureranno sentimenti di ostilità verso la nostra comunità, la nostra Nazione, e qualcuno si aggiungerà magari alla lista di quelli che si fanno esplodere nei mercatini".
E' un ragionamento da non trascurare. E' vero.
Qui non si vuole spaventare nessuno, ma dal sindaco alla Croce Rossa in poi, chi lavora per la popolazione e nella Comunità si deve fare qualche domanda, e trattare questi ragazzi da esseri umani. 
La posta in gioco è alta. Per noi stessi, e per tutti gli esseri umani che ancora si considerano tali.

sabato 31 dicembre 2016

Buon 2017 a Crescentino

Buon Anno a Crescentino!
Sarà difficile rimpiangere il 2016
Auguri a tutti
da Marinella Venegoni

sabato 24 dicembre 2016

Buon Natale crescentinese, con la bella storia di Gian Maria

Gli auguri di Buon Natale a tutti i Crescentinesi, arrivano quest'anno con una storia positiva. Qualcuno di voi lo conoscerà, Gian Maria Piras, protagonista di una vicenda che mi piace proprio definire da Natale, perché la sua è la rivincita della sorte, della Provvidenza o di quel che voi credete (in questo blog non si fanno guerre di religione), unita alla capacità, al talento e alla resistenza umana.  
Gian Maria, 36 anni, carattere schivo ma gioviale, ha studiato da odontotecnico a Vercelli.
Poi la vita (che non gli è stata lieve) lo ha costretto a vent'anni  a cominciare a badare a se stesso, dopo che il babbo era morto che lui era piccolo, e la mamma quand'era intorno ai vent'anni.
E' andato a lavorare all'Italcardano, ma intanto i suoi studi sono rimasti la sua passione. E ha allevato un sogno, o meglio un'idea: costruire un robot che simuli i movimenti delle mandibole, diversi per ciascuno di noi, per evitare protesi costose che alla fine si rivelano perfette ma non utili e financo dolorose. 
Si è messo all'opera nel tempo libero dall'Italcardano finché il progetto è stato pronto. 
Lo ha brevettato, ma bisognava finanziarlo. Le finanze sono l'incubo degli Anni Zero, e quando Italcardano ha iniziato la sua tristerrima parabola discendente con un "aiutino" per chi se ne andava, lui si è licenziato.
Gian Maria mi è molto caro, e mi ricordo che ero preoccupatissima: "Cosa farai?" gli chiedevo. Lui è un po' zen, e si è messo a cercare lavoro via internet: lo ha preso un'azienda in provincia di Parma, ed è stata la sua fortuna, alla lunga.
Voleva continuare nella costruzione del suo robot, e ha pensato ad una tecnica in voga sulla Rete, il crowdfunding: esporre un progetto in un filmato, e chiedere finanziamenti. Lo ha fatto, per la cronaca, in inglese. I finanziamenti si sono fermati a 30 euro, ma uno studio dentistico di Parma lo ha contattato, ed è iniziata una fase operativa piena di futuro.
Così operativa, che nel giro di pochi mesi Gian Maria Piras ha lasciato anche l'altro lavoro di Parma e si è buttato a capofitto nel progetto, ormai a quel punto in via di realizzazione: "Grazie a noi, oggi, il mondo dell'odontoiatria ha fatto un salto in avanti di 40 anni", ha detto in una intervista a "La Voce" la scorsa settimana.
Ora lo cercano tutti, dai primari del San Raffaele fino alle cliniche spagnole. 
Gian Maria sapeva quel che faceva. Apparentemente il suo progetto sembrava destinato a rimanere un sogno. Ma lui con i sogni ci ha messo la tenacia, non ha lasciato che la routine e il passare del tempo prendessero il sopravvento, ha utilizzato quel che l'èra di internet gli poteva offrire. E' stato testardo, e ha avuto ragione.
Forse anche noi abbiamo un po' da imparare da lui. 
Carissimi auguri di Buon Natale a tutti (anche a Gian Maria, naturalmente). 




mercoledì 21 dicembre 2016

M5S, la Raggi, i guai. E povero Grillo (e poveri Romani)

Il sito Dagospia è uno dei più letti sia dai potenti, per la quantità di notizie di prima mano di cui dispone Roberto D'Agostino che lo ha inventato, sia dai porcelloni per le porcellonate con le quali distrae da problemi pesanti.
Io naturalmente non propongo le ultime sul porno, ma questo "Dagoreport" che dà l'idea della situazione allucinante nella quale è caduto il M5S con la disfatta del progetto romano che doveva essere l'esperienza pilota per conquistare l'Italia.
Ai poveri romani non ci pensa più nessuno, ma dalla scomparsa di Casaleggio senior è tutto un fai da te (e, come diceva la pubblicità di Alpitour, è tutto un ahi ahi ahi). 
Questo ci racconta ora Dagospia. E povero Grillo, alle prese con problemi più grandi di lui.

Beppe Grillo ha avviato, sottotraccia (com’è suo solito), un’ampia operazione di casting. In altre parole, sta cercando di assoldare nuove figure professionali. Ha capito che la selezione offerta da Davide Casaleggio ha spessore ben diverso (più basso) rispetto a quella che garantiva il padre Gianroberto.

In un primo momento, aveva pensato di lanciare Luigi Di Maio come candidato premier. Ma dopo gli ultimi scivoloni del vice presidente della Camera ha pensato di muoversi diversamente. Sta facendo sondaggiare ticket elettorali “Grillo-Di Maio”, “Grillo-Appendino”, “Grillo Di Battista”; e sembra anche “Grillo-Fico”. L’operazione è appena partita. Nei prossimi giorni, i risultati. 

La preoccupazione di Beppe è che se la Raggi dovesse essere sfiduciata o dovesse pensare di dimettersi (eventualità non proprio ipotetica), il Movimento 5 Stelle perderebbe almeno il 10% del consenso elettorale.

E sarebbe stata proprio questa previsione sventolata da Grillo sotto il naso della Lombardi a convincere la prima nemica della Raggi a desistere dalla creazione di un suo gruppo. Anche Beppe teme un’eventualità del genere: Roberta si porterebbe via mezzo partito. E non solo a Roma...


martedì 20 dicembre 2016

Il Ministro Poletti, Gramellini e gli emigrati laureati

A volte uno se le tira proprio addosso. L'ultima uscita del Ministro Poletti sui giovani laureati costretti ad emigrare per trovare un lavoro, è stata come carta moschicida per i commentatori.
Come spesso gli accade, Massimo Gramellini si è sentito particolarmente ispirato e ha scritto sulla Stampa di questa mattina ciò che leggerete qui sotto. 


MASSIMO GRAMELLINI
Il ministro del Lavoro con delega alle figuracce Giuliano Poletti ha deciso di sfatare a parole, e non solo con la sua presenza, l’affermazione retorica secondo cui sono sempre i migliori quelli che se ne vanno. Lo ha fatto con l’eleganza e il tatto che lo contraddistinguono fin da quando spernacchiava come scansafatiche i laureati ventottenni, per la gioia degli specializzandi ancora curvi sui libri a quell’età. Poletti ha cominciato col dire che «se centomila giovani se ne sono andati dall’Italia, non è che qui sono rimasti sessanta milioni di pistola» e i maligni hanno subito pensato che la volesse mettere sul personale. Poi l’uomo delle coop rosse ha tirato l’affondo: «È un bene che certa gente se ne sia andata, sicuramente questo Paese non soffrirà a non averli più tra i piedi». Un mio amico - il cui figlio laureato in Ingegneria col massimo dei voti ha appena accettato un posto a Londra forse perché suo padre non aveva da offrigliene uno nella Lega delle Cooperative - si è leggermente risentito. Temo non abbia colto la delusione nascosta tra le pieghe della raffinata ironia ministeriale. Poletti non si capacita di come possano esserci centomila giovani così ingrati e antipatriottici da accettare un lavoro regolarmente retribuito all’estero piuttosto che immergersi nell’esilarante girandola italica dei «voucher» da lui promossi . 

Siamo in tanti a pensare che sia un bene che se ne siano andati. Un bene per loro. Mentre è un male che il ministro del Lavoro di un Paese con il record di disoccupati e precari rimanga ancora al suo posto a sparare pistolettate. 





venerdì 16 dicembre 2016

Fabrizio Barca su Renzi ("Si è suicidato") e il PD



Non è una novità che qui si riportino i pareri dell'ex ministro Fabrizio Barca. Uno che in un Paese normale sarebbe qualcuno, e invece in Italia si è ritagliato il ruolo di un teorico accanito di quel che non funziona nel PD. Un meccanico di comportamenti e meccanismi, del quale è uscita l'altro giorno su Repubblica questa illuminante intervista, che recensisce in modo acuto i comportamenti di Renzi e le ragioni della sua sconfitta

Barca: "Renzi si è suicidato, così il Pd in bilico"

L'ex ministro della Coesione sociale nel governo Monti dal 2013 ha iniziato un viaggio tra i circoli dem, denunciando storture e degenerazioni: "Il segretario cambi metodo: non ha saputo fidarsi di nessuno, neanche della sua forza. Più che il congresso occorre una nuova organizzazione. Per non vivere più da separati in casa"

lunedì 5 dicembre 2016

Addio Renzi (e povero PD)

Dalla notte più lunga dei suoi mille giorni, Matteo Renzi è uscito con le ossa rotte e con lui l'Italia, comunque la si pensi. La nettissima vittoria del NO, gran percentuale del quale espressa dai cittadini più giovani (il "sì" è stato appannaggio degli over 64, dicono i sondaggi) lascia intravvedere un deficit di comunicazione, un avvitarsi della politica su se stessa, una stanchezza per l'eccessiva esposizione del Premier, che ci trovavamo ogni giorno nel cappuccino come nel passato di verdura serale. 
I pasticci della proposta che era da votare fanno il resto: anche alcune menti politiche come Prodi o Cacciari, quando si sono dichiarati per il "Sì", hanno fatto precedere l'annuncio della loro decisione con un lungo elenco di elementi imperfetti o assurdi all'interno dei nuovi articoli. Veramente, Cacciari se l'è cavata con un eloquente "E' una puttanata".
Non ho voglia di dire come ho votato, non è importante. E non vi stanco con altre parole, dopo tutte quelle che avete sentito ieri oggi e da sei mesi almeno.
Renzi ha sbagliato e ha dato le dimissioni, almeno in questo è stato unico nel genere italiano politico. 
Però stasera ho sentito dire che rimarrà alla guida del PD, almeno fino a un congresso che decida altrimenti.

Quel che non gli potrò mai perdonare, questo lo voglio proprio dire, è di aver smembrato con il suo comportamento da premier e da segretario l'identità di un partito come il PD che, nel bene o nel male, era rimasto un baluardo di alcuni valori ai quali ancora si riferisce una parte dell'Italia. Almeno finché non è arrivato lui, che non ha saputo né voluto parlare alle fasce sociali delle quali la formazione era punto di riferimento; che ha litigato con tutti i sindacati possibili. 
Lo spettacolo di questa parte politica divisa, l'insofferenza di Renzi per una storia che non è evidentemente mai stata sua né condivisa,  mi è parso devastante. I conflitti, laceranti. Ma nemmeno è tutta colpa sua: gli hanno (colpevolmente) dato in mano questo partito, e lui ne ha fatto carne di porco, ha del tutto trascurato di cercar di confrontarsi sulle idee, preferendo cercare altrove alleanze che gli sembravano più utili per i suoi disegni. Legittimi, per carità: ma non è stato onesto con i suoi compagni di viaggio. 
Stasera in tv Cacciari, il filosofo veneziano ex sindaco, diceva che -con queste premesse - per il PD come l'abbiamo conosciuto non c'è futuro. Ci sarà scissione, e nel divorzio a chi resterà la casa?
Temo di saperlo. 



domenica 4 dicembre 2016

La famosa e tenera ex Scuola Guida Vigé



Già mio incubo igienico-sanitario per via dello sterco di piccioni che la circondava, quando passavo in bici ogni giorno in via Roma diretta al municipio, l'ex tenera Scuola Guida Vigé torna in gran spolvero dopo che ne ho accennato qui, parlando delle voci che avevo sentito sul fatto che la ristrutturazione in corso si fosse fermata per problemi burocratici e addirittura giudiziari. 
Al settimanale La Periferia hanno fatto ciò che ogni giornalista dovrebbe, e hanno telefonato al sindaco Greppi che ne è il proprietario (attraverso una sua società, dice l'articolo comparso questa settimana) per farsi spiegare se la storia è vera oppure no. 
Il sindaco Greppi ha gentilmente raccontato, e finalmente si scopre che non erano solo voci. 
Ora io non faccio il poliziotto e nemmeno l'opposizione, però visto che ne ho parlato qui, mi piace riassumere. Riassunto e commento, come si fa a scuola (quando le scuole funzionano). 
"A luglio ci siamo resi conto che mancavano alcuni progetti per questo cantiere - spiega Greppi alla Periferia -. Così abbiamo chiesto la sospensione dei lavori comunicandolo all'impresa che stava operando". En passant, mi chiedo chi si è reso conto, visto che Fabrizio usa il plurale maiestatis: se mancava qualcosa, avrebbe dovuto accorgersene l'ufficio tecnico del Comune, e comunicarlo al proprietario, casualmente anche Sindaco. Di certo, qui Greppi parlerà come ditta, no? Ma da sindaco, non si sarà stupito che l'ufficio non se ne sia accorto, non avrà trovato assai sbadata la società richiedente? Boh.
Vabbé. Aggiunge poi che "qualche settimana più tardi da questo provvedimento però, mi hanno avvisato mentre ero fuori zona che si stavano svolgendo lo stesso dei lavori. Erano intorno alle 18. Ho immediatamente chiamato in Comune l'ufficio tecnico e mi hanno riferito che erano al corrente della questione e che si erano già recati a controllare". 
Ora, italiano a parte, mi auguro che il sindaco divulghi il nome di questa ditta che lavora a proprio rischio anche se le dicono di smettere: perché accade a molti che le ditte, specie in quel settore, non vadano avanti nemmeno se le preghi. Io mi ricordo di quando Speranza (ora vicesindaco) con la sua, di ditta, pitturava la facciata della Ragioneria e faceva i lavori interni al Palazzo Comunale: dovevo praticamente inginocchiarmi davanti a lui per convincerlo a portarla a termine (i risultati son lì da vedere, tra l'altro).
Dunque in qualche modo fortunato con la ditta prescelta, Greppi, ma nel momento sbagliato. Fortunato anche ad aver trovato alle 18 qualcuno in ufficio, in Comune. Mi chiedo, tra l'altro: ma ha telefonato come Sindaco per denunciare la situazione, o come proprietario per autodenunciarsi?
Vabbé.
"Ho così detto di procedere come la normativa prevede ed è stata subito informata la Regione Piemonte. E anche la Procura della Repubblica" 
E questo l'avrà detto sicuramente come sindaco, perché non è che un cittadino si azzardi a dire al tecnico di procedere come la normativa prevede, quello già lo sa..  
Vabbé
Le voci di radio portici dicono che nell'ex tenera scuola guida Vigé,   erano previsti lavori di cemento armato, che debbono essere comunicati alla Regione per la valutazione di un suo tecnico. Se questo non accade, viene tirata in ballo la Procura. (la Periferia però non ha chiesto come mai dovevano essere informate la Regione e la Procura).
Dunque la famosa ditta fatata e superlavorante (ditemi voi il nome dai, fate vedere che valete) era andata avanti a edificare in cemento? Ma se era andata avanti a fare lavori di cemento, questi dovevano essere autorizzati dalla Regione. 
Ecco magari questi erano i progetti mancanti. Robetta, no?
Vabbé. Tralascio di suggerire alla Periferia di indagare anche sul muretto di proprietà del Comune che separa il cortile della Ragioneria dalla tenera ex scuola guida Vigé, che è stato abbattuto per consentire i lavori di ristrutturazione: chiedano magari se nella delibera che concede l'abbattimento del muretto il sindaco si è ricordato di astenersi. E magari mentre ci siamo, i cittadini di Crescentino gradirebbero sapere se sanzione è stata comminata, e quanto abbia dovuto sborsare per questa colossale catena innocente di eventi la società proprietaria della già tenera ex Scuola Guida Vigé. 
Ma intanto mi viene in mente la famosa frase di Giulio Cesare quando ripudiò Pompea: "La moglie di Cesare deve essere al di sopra di ogni sospetto". Povera Pompea, sempre alle donne tocca. 




mercoledì 30 novembre 2016

Cari ragazzi della Chapecoense, salutateci il Torino


Troppo facile alleggerire il dibbbatttito con notizie appunto leggere. Questa della squadra brasiliana che ha fatto la fine del Grande Torino è davvero tristissima. Salutiamo gli atleti e tutti i passeggeri dell'aereo con un bel pezzo di Massimo Gramellini, vecchio cuore granata, comparso nella sua rubrica "Buongiorno" sulla Stampa del 30 novembre 2016. 
E buon dicembre a tutti. 


Avevi un nome che si incespica in bocca, Chapecoense, ed eri la squadra di calcio di una città brasiliana, Chapecó, che pochi fuori dal Brasile saprebbero indicare sulla carta geografica. Avevi quarant’anni e, dopo essere sprofondata in serie D, avevi rischiato addirittura di fallire. Invece all’improvviso avevi scoperto la tua forza. E un giorno di fine novembre eri salita sull’aereo che ti avrebbe portato in Colombia a giocare la finale della Copa Sudamericana, l’equivalente della nostra Europa League. A bordo li avevi convocati tutti: giocatori, tecnici, giornalisti. Si erano scattati le foto prima del decollo. Sorrisi, abbracci, dita a V. E poi. 

Non si capisce il senso, Chapecoense. Noi figli e nipoti del Grande Torino lo cerchiamo da una vita. Come chiunque abbia sofferto per una perdita innaturale e dunque assurda. Ma quando la perdita riguarda una squadra intera - un sogno collettivo di gioventù - quell’assurdità viene moltiplicata per mille e mille cuori, tramandandosi da una generazione all’altra. Perché? Perché cancellarti a un passo dalla finale e dalla vita adulta? Chi è quel cinico bastardo che ha giocato con i tuoi sentimenti, decidendo che dovesse andare così? Quali disegni misteriosi persegue? O bisogna arrendersi all’idea insopportabile che non esista disegno alcuno? Guardo le foto dei tuoi ragazzi al decollo, i loro sorrisi, le loro dita a V, e mi dico senza troppa convinzione: l’unico senso possibile è che il destino di certe avventure umane sia di morire giovani per non morire mai. Rimanendo giovani per sempre nel ricordo di chi le ha amate.  

lunedì 28 novembre 2016

Non chiudere le scuole quando c'è rischio alluvione...

La condanna in primo grado a Marta Vincenzi ex sindaca di Genova, a 5 anni e due mesi, per l'alluvione del 2011 nel capoluogo ligure, mi fa pensare che non è mai una grande idea non chiudere le scuole quando i fiumi si gonfiano fino al limite e le previsioni non sono rosee.

Soprattutto, non bisogna vantarsi di non averle chiuse, le scuole. 
Bisogna sempre ringraziare la fortuna (argini o non argini) e il Sant'Iddio. 
Amen

mercoledì 23 novembre 2016

Evviva!!! Lavori a palazzo Jona, finisce la decadenza in Piazza Vische


Vi rompo sempre così tanto le scatole con il Centro Storico che perde i pezzi... e ogni tanto qualcuno se ne ricorda. E mi arriva una bella notizia.
Il palazzo avito già della famiglia Jona a mio parere è il più bello di Crescentino. Non da oggi perde i pezzi, le gelosie sdentate, i mattoni e pezzi di stucco che volano, finestre senza vetri al secondo piano, che sono l'inizio della fine per la piccioneria, l'umidità e il degrado (come si vede in Piazza Caretto: sindaco, sindaco...)
Bene, mi ha chiamata il dott. Leo Alati e mi ha annunciato che c'è un accordo fra i tre proprietari (lui è uno dei tre) per una ristrutturazione che dovrebbe cominciare la prossima primavera. 
L'architetto Carpegna, che si occuperà dei lavori (e che mi deve sempre la cupola del gazebo nei giardini Levi Montalcini) mi ha spiegato che si tratta di una ristrutturazione semplice: per prima cosa sarà rifatto il tetto, poi ci sarà una ripulita generale alla facciata e naturalmente il rifacimento degli infissi che sono diventati una vera schifezza. 
Tutto questo per ora sulla carta, naturalmente. Perché il progetto dovrà passare in Comune, vedersela con l'ing Mascara e diventare un fiore all'occhiello dell'Amministrazione, se mai fosse sensibile al tema.
Già il palazzo giallo della Biverbanca, con i suoi occhioni spalancati vuoti sul nulla, dice che queste non sono priorità. Lo dice in verità anche l'ex scuola guida Vigé, che è stata sventrata completamente ma giace lì come uno scheletro e non succede più niente da tempo, hanno perfino tolto la gru. E' di proprietà del Sindaco, casualmente, e mi è stato persino detto che c'è un problema di violazione di regolamenti e per questo i lavori sono stati bloccati. Ci sarebbero addirittura risvolti penali. Spero che qualcuno si faccio vivo su questo blog a smentire con decisione, ne sarei veramente felice: perché come dicono a Roma, se una casa del Sindaco finisce sotto tiro, annamo bene. 
Sono comunque molto felice di aver molto battuto sul tasto del Palazzo Jona, e grazie a Leo Alati che asfissiato da me su questo problema quando facevo il sindaco, si è ricordato di avvertirmi che il piccolo miracolo in controtendenza sta per avvenire. 
Bravi, ragazzi! 

domenica 20 novembre 2016

Il Sindaco con il collo storto non può guardare al presente e al futuro

Quello che vedete qui sotto è un post del Sindaco Fabrizio Greppi sulla pagina Facebook di "Sei di Crescentino se". Mi è stato segnalato questa mattina da alcuni amici sotto i portici (sempre più disastrati). 
 
E' curioso che dopo quasi tre anni di regno senza oppositori e senza cultura né opere - a parte le ronde arlottiane - il nostro sindaco non sia riuscito a radunare gli abitanti del palazzo (ora più compositi perché si sono aggiunti i rifugiati) o non abbia deciso di farsi trovare una sera nel cortile, con un vigile e un'assistente sociale, per vedere come si possa coinvolgerli e risolvere il problema.  
Certo se si sta con la testa rivolta all'indietro riesce difficile mettere a posto le questioni presenti, e preparare il futuro. Capisco il suo disagio nel dover trattare con persone non benestanti, ma ho detto mille volte che senza un mediatore culturale, una figura terza e non vista come nemica da quella gente, diventa difficile rendere i comportamenti accettabili. Nel frattempo sarà anche meglio che qualcuno si dia da fare per offrire una ragione di vita e il modo di passare la giornata ai nuovi ospiti, prima che diventino nemici pure loro. 
Si consoli Greppi, nel mio mandato abbiamo speso ben di più, impiegato più lavoro e fatica, a riparare le strade anche del centro, oltre che delle frazioni, che avevano buche micidiali e che per dieci anni dieci del suo primo mandato non erano state nemmeno sfiorate da un'aggiustatina. 
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Ecco parte dell'eredità venegoniana. ....I costi che tutti noi stiamo sopportando da 5 anni e non so per quanto ancora ve li faremo sapere a breve. Cmq questo ammasso di spazzatura, che Aimeri non avrebbe rimosso,grazie al vicesindaco Speranza è stata portata all' ente risi per poi successivamente cercare di differerenziarla . Naturalmente tutto a spese della collettività. Per completezza d'informazione in 5 anni nessuno di coloro che furono messi li hai mai pagato la tassa rifiuti. E neanche l'affitto.

sabato 19 novembre 2016

Fiato alle trombe, il 2 dicembre riapre il Vikingo, con Altafini (proprio lui!)

C'è un pezzo di Crescentino e anche dei dintorni, che da luglio ha perso, con l'improvvisa e prematura scomparsa del povero Caio Massa, un punto di riferimento per serate semplici e simpatiche, senza fronzoli, profumi e balocchi. 
Niente di speciale, solo umanità. Al Vikingo sul viale Nove Martiri, si sa, si mangiava un boccone alla buona (la pizza prelibata era sovrana) e poi si stava lì a chiacchierare di tutto e di niente con gli altri avventori e un bicchiere di vino buono, e magari si tirava tardi con quattro risate o parlando anche di politica. 
Non ricordo nemmeno più i tempi senza Vikingo, non mi ricordo dove andavo a parare prima, e data la mia anagrafe, questo la dice lunga sulla longevità del locale.
L'addio a Caio ha fatto scendere il buio sul Vikingo, e sembra - non solo a me - che manchi un pezzo di città, ma anche di Livorno, Saluggia o Palazzolo, che portavano gente desiderosa di uscire fuori dalle mura del proprio Paese.
Ora una notizia bellissima (per me). Il Vikingo è stato rilevato da Giuliano Tomasoni, detto Giulio (e detto anche Altafini dalla passione antica per il Milan, che così ci capiamo meglio). 
Un autentico personaggio di Crescentino, Altafini. Estroverso, ironico, pungente, che ha passato decenni come socio (o aiutante, non lo so) di Caio, Grazia e Gabriele, prima di occuparsi di macchinette per il caffè.
Per la biografia completa di Giulio ci vorrebbero alcuni romanzi, più gialli che rosa. Ma (per ora) ve li risparmio. Poi vedremo. Questo è comunque un nuovo capitolo sorprendente, e per quanto mi riguarda una gran bella notizia, per lui e per noi che eravamo orfani, di quel locale 
Dunque il Vikingo riapre le porte venerdì 2 dicembre. Giulio annuncia subito che non ci sarà festa di inaugurazione: "Si viene e si mangia". Il pizzaiolo c'è, ci saranno altre conferme e anche sorprese, ma non ho idea di quali siano. 
Per adesso fiato alle trombe, viva il Vikingo. 



domenica 13 novembre 2016

Trump è presidente Usa, ma per la nostra piscina sono soddisfazioni vere

Il mondo è cambiato in pochi giorni, Trump irrompe non solo nella vita degli americani, e niente sarà più come prima. L'impoverimento della classe media, i diseredati in crescita fanno crescere il populismo, e gli storici ci dicono che una situazione simile negli Anni 20 del Novecento portò dritto filato ai regimi autoritari, al fascismo e al nazismo.
L'imprescindibile ex sindaco di Venezia e filosofo Massimo Cacciari, ha spiegato che questa deriva in Italia è stata fermata dal Movimento 5 Stelle, e tocca ringraziare Grillo, anche se vuole far pagare l'Imu ai Musei Vaticani che sono proprietà appunto del Vaticano. Un gaffologo. 
In preda a questi pensieri per il mio punto di vista non allegri, sfogliavo stasera La Stampa nelle pagine vercellesi, e mi sono rischiarata a un titolo: "I pendolari del nuoto scelgono Crescentino", con un articolo firmato da Laura Di Caro che tutti qui conosciamo.   
L'inizio: "E' diventato un punto di riferimento per il mondo del nuoto di tutto il Vercellese e oltre... ogni settimana sono oltre 2 mila le persone che frequentano l'impianto". Scrive Di Caro che oltre l'80 per cento vengono da fuori, da Vercelli e dagli altri Comuni della Provincia e del Torinese.
L'articolo vuole in fondo stigmatizzare la scandalosa assenza di una piscina coperta a Vercelli, ma loda "l'indubbia buona gestione delle attività e della struttura".
Vabbé. Musica per le mie orecchie. Fu dunque una decisione saggia la costruzione di quegli impianti sportivi, nel mio primo mandato dei Novanta, grazie a un fido del Ministero dello Sport e alla spinta del vicesindaco Franco Daniele, detto Lupo de' Lupis. E che fortuna trovare per la piscina un gestore come la società di Biella che è molto professionale. Ne avessimo di simili per il palasport...
Il Comune non ci guadagna niente, ma fa il suo mestiere: dà un servizio,  ai cittadini ma anche all'indotto, alla comunità del commercio, perché creando un giro di persone che vengono in città, esso se ne può avvantaggiare (almeno in una città normale e che non cada a pezzi per incuria dei privati). 
Mi viene in mente che alla mia prima fuga dal Comune, dopo il primo mandato, il mio successore non si espresse in modo favorevole nei confronti della struttura sportiva, e la lasciò anzi lì senza completarla, tanto che abbiamo finito per farlo noi, con parcheggi e quant'altro, al mio ritorno dopo 10 anni. 
Ora è veramente un formidabile pezzo di città, frequentatissimo in vari sport, da Crescentinesi e non. Una delle poche cose belle della nostra città, conosciute anche nei dintorni, di cui andare fieri. Alla faccia dei gufi. 


sabato 5 novembre 2016

I grillini che chiudono tutto (e Greppi, e Salvatore, e la Mossi&Ghisolfi))

Con il passare del tempo, stiamo imparando in che cosa consista la  tecnica grillina dell'amministrare. Prima cosa (Torino) disfare quel che si può delle amministrazioni precedenti: via la Fondazione Cultura (la Cultura attualmente dà da mangiare ai torinesi, per quanto ancora non si sa), via il Festival Jazz ("che costa caro", ma portava tanto lavoro), via via via. In questo senso, colgo una valenza grillina anche nel nostro Greppi, che quando può dice esplicitamente di voler cancellare tutto ciò che è stato fatto sotto la mia Amministrazione (per fortuna non farà i buchi nelle strade che abbiamo passato il tempo a riparare).

A Roma, la Raggi ha già detto molti no: alle Olimpiadi, alla Nuvola dell'Eur costata cifre assurde, e ora ha messo in liquidazione "Roma Metropolitana", la società che si occupa appunto della Metro e che ne ha combinate di ogni. Tutto giusto, in teoria. Ma ieri una paginata di Repubblica, raccontando questi no, titolava: "Non fare per non rubare/ Il vicolo cieco anti corrotti".
Ci siamo capiti.
Dovere di un amministratore è progettare non solo per riparare dai danni le città, non solo fare manutenzione ordinaria come ognuno farebbe a casa propria (meno che a Crescentino, questo è certo purtroppo) ma guardare avanti per favorire attività e sviluppo nell'ambito di quel che si può nel proprio territorio.
Il lungo preambolo è utile perché penso a Salvatore che in settembre ha detto che  la vecchia Giunta "si era svenduta la città per qualche milione". 
A parte i posti di lavoro (che ci sono stati e ci sono), senza i lavori che i soldi di mitigazione della Mossi&Ghisolfi hanno consentito per la Città, Crescentino sarebbe ancora più Aleppo di quel che è oggi. Nessuna Amministrazione, soprattutto in un territorio depresso come il nostro, avrebbe rinunciato a quell'opportunità, e lo dico io che all'inizio ero contraria, proprio per i problemi della puzza (e ho fatto mettere filtri di ogni tipo, che sono serviti finché è durato quel progetto lì).
Certo poi quel progetto, che nel contesto iniziale sembrava avveniristico, ha preso un'altra piega dopo il  drammatico suicidio di Guido Ghisolfi, che di tutta l'iniziativa era il padre padrone, forse anche non in pieno accordo con il resto della sua famiglia. 
Certo le aziende, in ogni città, se di quel tipo, vanno seguite e incalzate, vanno tenuti d'occhio i valori delle emissioni. E' un dovere di ogni Comune, questo: ma d'altra parte senza M&G a Crescentino ci sarebbe stato il nulla, come il presente drammatico ci insegna. 

mercoledì 2 novembre 2016

Fortunati nella sfortuna

Crescentino non ha splendide chiese romaniche come (aveva) Norcia, né seconde case di appassionati villeggianti che riempiono le casse dei comuni.
Non ha un piccolo commercio vivace che grazie al turismo non smette di girare.
Crescentino non ha  dato i natali ai nonni o ai bisnonni o ai genitori di celebri volti dello spettacolo e della politica che vivono a Roma, e che hanno mantenuto e curato le loro proprietà in loco.

Non ha un Centro Storico ben tenuto, con le vecchie case sempre ridipinte di fresco nei colori della tradizione di ciascuno, di quelle che formano il sogno di una cartolina (ormai da mandare per whatsapp) 
Crescentino non ha una specialità gastronomica che ha fatto il giro del mondo, come succede ad Amatrice. 
Non ha niente di tutto questo. 
Ma nella sua modestia ha una virtù involontaria e preziosa: è a bassissimo rischio di terremoti. 

domenica 23 ottobre 2016

Quel giornale che non arriva mai

In tutti questi mesi, dall'estate in poi, ho chiesto sempre in edicola - ogni 15 giorni - della Gazzetta di Saluggia in edicola.
Non c'è. 
Ne ho avuto un numero solo, con una pagina terribile su di me.
Ma non importa.
Dispiace sempre per un giornale che non esce
Sono dunque contenta di aver ritirato la querela.
E lo rifarei.


lunedì 17 ottobre 2016

Il deserto dei tartari (ricordando Caio, e Salvatore)

In questi giorni mi hanno sgridata in tanti perché batto la fiacca sul blog.
Qui per Amare Crescentino ci vuole un bel  fegato. Certo che non mi tiro indietro, come potrei: Un amore come questo è per sempre, ma sono un po' triste e mi vengono discorsi tristissimi. Ieri sera ho mangiato un boccone al Portico, affollato che neanche il Cambio, con  code pazienti alla porta. Poi tornando a casa con l'amico che mi faceva compagnia ricordavamo i bei tempi al Vichingo, con o senza cappa, che da quando è chiuso siamo in mille orfani perché non era solo un posto per cenare ma per scambiare motti e tirare tardi. La morte di Caio non è stata una tragedia solo per la sua famiglia, ci sono orfani del Vikingo (cambio dizione))) che vagano senza aver trovato ancora un approdo appropriato. 
Di loro non so più nulla, come un pezzo di vita che ti sparisce davanti agli occhi.
Ma il senso di vuoto, altri ristoranti chiusi, mi fanno il paio con la breve passeggiata sotto i portici stradeserti e stracotti sfrangiati con scritte dei writers de noantri e buchi nel colore di 60 anni fa. Stracotto dappertutto, con un'aria di abbandono che mi stringe il cuore. Finestre senza infissi vuote come le occhiaie di uno scheletro che ti guardano, quello sporchetto senza speranza (s minuscola ma anche maiuscola) come la patina di una casa disabitata. 

Il deserto dei Tartari, come diceva Salvatore Sellaro nei Novanta, parafrasando Dino Buzzati probabilmente senza saperlo. Quel mandato lì fu una lunga guerra di ideali contro l'illegalità e i comportamenti disinvolti di un potere che mi aveva preceduta. C'era la sensazione di farcela, e di ricominciare tutti insieme. Questo mandato qui è stato all'insegna del fuoco amico, mutande di latta che a volte non bastavano nemmeno. E meno male che alcune persone meravigliose mi hanno davvero salvata. 
La città, ancorché povera, manteneva una dignità che adesso non ritrovo.  
Povera la mia Crescentino 



martedì 11 ottobre 2016

Il dilemma del sì e del no e il prof. Rodotà

Assisto costernata in questi giorni alla lotta fratricida all'interno del Pd.  Oggi Bersani ha detto "non mi mandano via neanche con l'esercito", ricorrendo a una di quelle sue frasi che poi fanno storia e costume. 
Tutto questo ha radici lontane. Renzi non si è mai calcolato la allora Maggioranza che l'ha portato al potere, è stato sempre poco urbano e anche alquanto cafone, se debbo dirla tutta. Trovare uno che si comporti così non è facile, e adesso dopo aver corso da solo pretenderebbe di essere seguito da un reggimento di muli silenti. 
Capisco le tentazioni e le decisioni dell'attuale Minoranza, che aveva altri disegni, indicava altre prospettive che non sono state tenute in considerazione alcuna. Ma per me anche l'aspetto umano è importante: mi ricordo di un signore con un ruolo assai significativo che io gli avevo attribuito, il quale è entrato per mesi e forse anni in Comune senza neanche mai passare a salutare: il disagio che causava tale mancanza di educazione, il segnale che lanciava, mi torna in mente in questi giorni. 
Ma quel che conta si sa è ora scegliere una via per come votare al Referendum: un sì o un no che dia una spinta al Paese, e non un calcio nel sedere che è una cosa diversa. 
Dunque pure io come tutti (???) mi sto informando. 
I Giuristi sono quelli che ne sanno di più. E l'articolo di Stefano Rodotà apparso qualche giorno fa su Repubblica mi ha molto fatta riflettere.  
Ve ne riporto alcuni stralci, se può servire alla vostra formazione di un'idea.
"E' sempre più evidente che la lunga, e per molti versi violenta, campagna elettorale, tutt'altro che conclusa, ha già determinato profonde divisioni proprio sul terreno costituzionale, dove la logica dovrebbe essere piuttosto quella del reciproco riconoscimento di principi comuni. E gli interventi continui, e assai spesso aggressivi, del Presidente del Consiglio certo non contribuiscono a crearne le condizioni. Il rischio è che, quale che sia l'esito del referendum, una parte significativa dei cittadini possa non riconoscersi nel risultato del voto.
Bisogna ricordare che ai tempi dell'Assemblea Costituente la preoccupazione era stata proprio quella di non dividersi, tanto che fu possibile un accordo sui temi fondamentali malgrado la guerra fredda e l'estromissione dal Governo di comunisti e socialisti". 
Questo un concetto è stato ribadito con forza anche dal prof. Zagrebelsky, nelle scorse settimane.
Prosegue Rodotà:
"Le modifiche all'Italicum, più ventilate che tradotte in impegni effettivamente vincolanti e alle quali si era riferita la minoranza del PD, condizionando ad esse il suo consenso, non potrebbero comunque avere l'effetto di rendere accettabile la riforma".
Segue una stroncatura a tutto tondo:
"E' persino imbarazzante, per la pochezza dei contenuti e del linguaggio, leggere il testo al quale è stato consegnato il compito impegnativo di riscrivere ben 43 articoli della Costituzione. L'intenzione dichiarata è quella di semplificare le dinamiche costituzionali, in particolare il procedimento legislativo. Ma per liberarsi del deprecato bicameralismo paritario si è approdati invece a un bicameralismo che generosamente potrebbe essere definito pasticciato. Neppure gli studiosi più esperti sono riusciti a dare una lettura univoca del numero e delle nuove e diverse procedure di approvazioni delle leggi".
Mi chiedo: si può votare una roba così?
Seguendo quanto aveva già detto il prof. Zagrebelsky, Rodotà si dilunga sul nuovo Senato, la cui composizione "sembra essere stata concepita per renderne quanto mai arduo, e per certi versi impossibile, il funzionamento. Il compito affidato ai nuovi senatori, infatti, è assai difficile da conciliare con il loro primario compito istituzionale. Si tratta, infatti, di consiglieri regionali e di sindaci. 
E proprio il ruolo assunto in particolare dai sindaci nell'ultimo periodo, divenuti determinanti per il rapporto tra cittadini e istituzioni, rende INACCETTABILE O QUANTOMENO IMPOSSIBILE una loro presenza attiva e informata come senatori. Non potendo svolgere una vera e incisiva funzione istituzionale, i nuovi senatori frequenteranno Palazzo Madama come una sorta di dopolavoro?".
Facciamoci anche noi queste domande, per un voto consapevole, comunque la pensiamo.
E ciao.
marinella

sabato 1 ottobre 2016

Zagrebelsky, Renzi, e la ricerca dei voti a destra del Segretario

Non so quanti di voi abbiamo resistito quasi tre ore al dialogo serrato fra Gustavo Zagrebelsky e il Presidente del Consiglio/Segretario del Pd Renzi, sulla 7, venerdì sera. Interessantissimo: da una parte Renzi ansioso di portare a casa il risultato senza farsi rompere le scatole dai "formalismi", dall'altra il sommo studioso della Costituzione che metteva in guardia contro un pressappochismo di formule che porterebbe da una parte alla dittatura della maggioranza, e dall'altra a paralisi dei lavori parlamentari. E soprattutto aggiungeva che la riforma della Costituzione non è un fatto di parte, dev'essere condivisa. 
Per una volta la tv, anche se la più piccola e agguerrita come la 7, non statale, ha fatto da servizio pubblico. 
Di seguito ci sono inoltre i fatti che ammorbano il Pd negli ultimi anni. Ha detto più o meno Zagrebelsky: "Sono stato alle feste dell'Unità, ho visto un clima molto nervoso". Chi segue il dibattito a sinistra già sa tante cose, ma qui sotto c'è un utile riassunto del Fatto Quotidiano che ci dice quanto siamo messi male. 



Lo scontro all’interno del partito si consuma a distanza e su un punto dirimente per l’esito del referendum: i voti. Che per Matteo Renzi, come ha spiegato al Foglio, bisogna prendere a destra, perché sono “necessari” per la vittoria. Lo ripete anche a Perugia, poche ore prima di aprire la campagna per il sì Firenze, dove otto anni fa lanciò la candidatura alle primarie da sindaco. “Sì è vero: voglio prendere i voti della destra. E forse per questo lui si chiama minoranza. Io invece vorrei chiamarmi maggioranza. Se non prendi i voti degli altri ti chiami minoranza. Se prendi quelli degli altri ti chiami maggioranza. E io voglio prenderli per cambiare le cose”. E nella sua città ribadisce: “Se vogliono la palude si prendano altri. Non so se toccherà ancora a noi ma finché toccherà a noi noi vogliamo cambiare”. E da Perugia si dice disposto anche a cambiare l’Italicum: crede che sia “la legge elettorale perfetta”, dice, “ma sono pronto a fare una discussione vera e anche a cambiarla. Perché la legge elettorale è meno importante del referendum, così come la mia carriera personale è meno importante del referendum. Mi va bene trovare le ragioni che ci uniscono”.
Ma l’obiettivo del consenso accende l’ex segretario Pierluigi Bersani. “Cerca il supporto degli elettori di destra? Uno va’ dove lo porta il cuore. Lui – prosegue riferendosi al presidente del Consiglio – ritiene che noi bisogna andar di là, bisogna prenderli di là”, i voti, anche perché a sinistra i consensi “non bastano, soprattutto se li perdi”. Poi ha ricordato che “sta governando con una vittoria nostra di un pelo”, spiega e lo attacca sul dietrofront del governo rispetto alle posizioni del Pd nella campagna elettorale del 2013. “Noi dicevamo non andare con Berlusconi, di non andare con Verdini, di tenersi l’articolo 18 e di non fare il ponte sullo stretto“.
Ma non c’è solo Bersani: sulla ricerca dei voti a destra interviene anche Gianni Cuperlo. Per lui “‘il referendum si vince a destra’ non è una bella frase detta dal segretario del Pd, e non è una bella frase detta dal presidente del Consiglio, perché il referendum riguarda quasi un terzo della Carta costituzionale, e io – continua Cuperlo – ho sempre pensato che noi dovessimo cercare, sia nella fase in cui la riforma è stata costruita, scritta, votata, che nella fase in cui il popolo italiano si pronuncerà, di tenere assieme questo Paese”.
Per l’esponente della minoranza il rischio è di far svegliare le istituzioni il giorno dopo il referendum “non più solide ma più fragili, con un Paese più diviso. E anche con una sinistra più divisa”. Critico anche Roberto Speranza: “Renzi dice che il Referendum si vince a destra. Io incontro tante persone di sinistra che non sono convinte e vogliono votare no. Non vorrei che il giorno dopo il referendum, avendo puntato sugli elettori di destra, ci ritrovassimo tutti iscritti al partito della nazione e il Pd svuotato di idee ed elettori“.